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Il Canto della Sirena
 

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Finalmente il gran giorno della gita al mare era giunto. Federico, Claudia e Giancarlo stavano organizzando quell’escursione da più di un mese, cercando di conciliare gli impegni di lavoro per trovare un giorno libero in comune a tutti e tre. Il trio si conosceva già dai tempi delle scuole superiori e da allora era inseparabile: nemmeno il fidanzamento di Claudia e Giancarlo era riuscito a intaccare la loro amicizia, sebbene, in passato, i due ragazzi si fossero contesi le attenzioni della bella ragazza con occhi verdi e capelli d’ebano. Ben presto, Federico aveva finito per farsi da parte a favore dell’amico, per lui come un fratello, sebbene i due fossero, praticamente, l’uno l’opposto dell’altro: Federico, caldi occhi nocciola e lunghi capelli rasta castano scuro, era un artista, sensibile e con un gran cuore, attento ai particolari e un po’ introverso; Giancarlo, biondo e con gli occhi azzurri, era spensierato e amava essere sempre al centro dell’attenzione. Ovunque andasse, era “l’anima della festa”, e anche lui aveva un animo buono, anche se era abituato a ottenere sempre ciò che voleva, a scapito di tutto e tutti. Ciononostante, i due continuavano a essere inseparabili, l’uno il ragazzo di Claudia e l’altro il suo migliore amico. A Federico non pesava affatto passare la giornata con la coppietta che, per la metà del tempo, era indaffarata in effusioni amorose nell’acqua o tra i cespugli, con la scusa di una passeggiata. Lui aveva la sua tela, i suoi pennelli, i suoi colori ad olio e un paesaggio mozzafiato che si stendeva davanti a lui a perdita d’occhio.
Trovata una piccola roccia sporgente tutta per loro, sulla quale ci si poteva sedere e mettere i piedi a mollo nella cristallina acqua del mare, appartata e perciò completamente isolata dalla spiaggia, posizionò la sua attrezzatura e, a torso nudo e in costume da bagno, con un largo sorriso, mescolò i colori, intinse il pennello e cominciò a tracciare sulla tela ciò che vedeva all’orizzonte.

Dipingeva già da un’ora e il suo quadro era quasi terminato, a parte le ultime rifiniture, che portavano sempre via la maggior parte del tempo, quando una risata argentina alle sue spalle gli preannunciò il ritorno dei due amici dalla loro “passeggiata”.
«Hey, Fede!» lo salutò Giancarlo, poggiandogli il mento su una spalla per osservare il suo quadro. «Porca miseria! Sembra una fotografia! Non ti smentisci mai!»
Federico, con un mezzo sorriso, diede una spallata giocosa all’amico. «Dai, che schifo, togliti che sei sudato!»
Giancarlo, di tutta risposta, sollevò un’ascella e, ridendo come un matto, vi infilò sotto la sua testa. Federico lasciò, quindi, la sua postazione e i due cominciarono scherzosamente a lottare, mentre Claudia, con un sorriso divertito sulle labbra piene, osservava il bellissimo quadro, che replicava con estrema cura il paesaggio idilliaco che le si stagliava innanzi. Ciò che non riusciva a spiegarsi, però, era cosa ci facesse la coda di un grosso pesce nel bel mezzo del mare. Era molto bella, con scaglie multicolori che riflettevano la luce del sole, ma non aveva nulla a che fare con il resto del dipinto.

Claudia e Giancarlo stavano di nuovo facendo il bagno, incapaci di resistere al richiamo dell’acqua fresca nella giornata torrida, ed erano lontani da lui diversi metri, che nuotavano l’uno accanto all’altra, quando Federico decise di sedersi sul bordo della sporgente roccia a prendere un po’ di sole, con i piedi a mollo. La dolce brezza marina gli accarezzava la pelle accaldata dal sole e il mare gli lambiva i piedi con la sua acqua fresca: il momento era perfetto, non desiderava nient’altro dalla vita in quel frangente.
Con gli occhi chiusi e il viso rivolto al cielo, il giovane sorrideva, rilassato, ma la sua beatitudine non durò a lungo: dai flutti emerse una mano e, senza alcun preavviso, lo afferrò per una caviglia e lo tirò giù tra le onde. Federico ebbe a malapena il tempo di prendere una boccata d’aria per non affogare. I due amici, troppo presi l’uno dall’altra, non si accorsero di nulla.

Un paio d’occhi, grandi e violacei, si specchiarono nei suoi. Capelli dorati le incorniciavano il viso, fluttuandole intorno sospinti dalla corrente, mentre con le delicate, ma forti mani lo teneva per le spalle, impedendogli di risalire in superficie.
Ebbe appena il tempo di notare la rete finemente intrecciata d’alghe e conchiglie che le copriva il petto, e la coda di brillanti scaglie multicolori che sfoggiava al posto delle gambe, che il bisogno d’aria lo spinse ad annaspare e ribellarsi contro la sua stretta.
Gli occhi della sirena si fissarono in quelli di Federico, catturando il suo sguardo, mentre bolle d’aria gli sfuggivano dalla bocca schiusa. Un bagliore etereo illuminò gli occhi della creatura, riflettendosi come davanti a uno specchio nelle sue pozze color nocciola: un susseguirsi di immagini gli invase la mente e non vide né sentì più il mare lambirgli la pelle.

Un grande occhio oscurava il cielo, minaccioso e imponente, e lunghi fili insanguinati partivano dalle sue ciglia. Ad essi era attaccato un bilancino di legno, dalla tipica forma a croce. La scena cambiò, e vide, in rapida successione, una serie di marionette, tirate dai filamenti cremisi: un uomo anziano in abiti e copricapo bianco che salutava una folla esultante di bambole di pezza da un balcone; un uomo in giacca e cravatta dietro un leggio, con in mano una fascetta di banconote; una donna in abiti succinti, che lasciavano ben poco all’immaginazione, impegnata in un balletto erotico davanti a un’altra moltitudine di bambole dallo sguardo stregato; un uomo con indosso una tuta mimetica, che sparava verso dei pupazzi, vestiti di stracci, delle dimensioni di un bambino. Man mano che le immagini si susseguivano, andavano sempre più veloci, finché non divennero una macchia indistinta, sempre più nera e cupa, e nella mente non gli rimase solo il particolare in comune tra tutti gli strani fantocci che aveva visto: i visi, che sembravano disegnati da un bambino crudele, pesantemente trasfigurati da ghigni malvagi. All’improvviso l’oscurità si dissolse in un’esplosione rosso vivo e vide la stessa scena ripetersi ancora, in rapida successione come prima, ma i burattini andavano a fuoco, accartocciandosi su se stessi, mentre i loro occhi disegnati piangevano lacrime di sangue.
Così com’era cominciata, la visione si dissolse e Federico si ritrovò nuovamente sott’acqua, con lo sguardo fisso negli occhi viola della creatura, che mai avrebbe pensato potesse esistere realmente. Le iridi della sirena persero gradualmente il lume etereo e il bisogno d’aria tornò a farsi sentire, insieme all’istinto di lottare per la propria vita: ricominciò ad agitarsi, annaspando e scalciando per tornare in superficie, ma non aveva più ossigeno a disposizione e sentiva la coscienza abbandonarlo, mentre tutto diveniva nero come nella strana visione di cui non aveva capito il senso.
Ricorda. Una voce echeggiò nella sua mente, ma ormai non aveva più forze nemmeno per pensare. L’ultima cosa che vide prima di perdere i sensi fu l’insolito, magnetico sguardo della bellissima creatura delle leggende, che gli si avvicinava, preoccupata. Sentì le sue labbra sulle proprie, mentre lo cingeva in un intimo abbraccio e gli soffiava nella bocca.

Una cascata gelida sulla pelle accaldata lo fece svegliare di soprassalto. Si mise a sedere di scatto, guardandosi intorno con gli occhi spalancati: Claudia e Giancarlo erano in piedi davanti a lui, con un secchiello ormai vuoto in mano, piegati in due dalle risate.
«Ma che siete, scemi?» accusò Federico, irritato, ma i due lo ignorarono.
«Oh, Fede, non te l’ha detto la mamma di non dormire sotto il sole senza la cremina? Avevi proprio bisogno di una rinfrescata!» Giancarlo lo prese in giro, falsando la voce.
«Meno male che abbiamo trovato questo secchiello abbandonato sulla spiaggia, ti abbiamo salvato la pelle, sai?!» continuò Claudia, cercando di sembrare seria, senza riuscirci minimamente.
Federico, stizzito, prese un pugno della poca sabbia presente sullo scoglio e lo lanciò sui loro corpi bagnati. I due cominciarono a imprecare tra i denti, cercando inutilmente di scrollarsi di dosso i granelli appiccicati, mentre Federico gongolava per la trionfale vendetta.
«Ben vi sta!» esultò, saltando in piedi e allontanandosi per evitare ulteriori dispetti.
La coppia di amici rinunciò a ogni rappresaglia e si rituffò in mare per ripulirsi, lasciandolo solo con il suo quadro.
Anche Federico non poté fare altro che gettarsi in acqua: aveva la schiena e le mani ricoperte di sabbia. Stette il più lontano possibile dai due amici, per evitare che gli venisse in mente di tentare di affogarlo per ripicca, poi, dopo una breve nuotata, si issò sullo scoglio e si sedette davanti alla sua tela.
Mentre aspettava che il sole lo asciugasse, cominciò a esaminare il suo dipinto alla ricerca di eventuali errori da sistemare e il suo sguardo venne colto dalla grossa coda di pesce che aveva riprodotto in mezzo al mare. Non riusciva proprio a ricordare perché ce l’avesse messa. Oltretutto, non era nemmeno verosimile: se avesse voluto disegnare una pinna di balena che usciva dall’acqua, avrebbe dovuto tracciarla diversamente.
Eppure, quella coda di pesce gli trasmetteva una strana sensazione, come di un sogno dimenticato al risveglio, che ancora aleggia nell’aria ma non riesci in alcun modo ad afferrare, troppo volatile ed etereo.
Finalmente asciutto, riprese in mano il pennello, deciso a cancellare quel particolare che stonava col resto del paesaggio, ma non fece in tempo a intingerlo nel colore giusto che delle note riempirono l’aria: una voce leggiadra come non ne aveva mai sentite, di una dolcezza e una malinconia infinite, gli entrò così a fondo nell’animo che non riuscì più a muovere un muscolo.
Continuò ad ascoltare la melodia, immobile, rapito dalla soavità di quelle parole incomprensibili, senza riuscire a capire da dove provenissero.
I suoi amici, distanti da lui qualche metro, sembravano non udire nulla.
La melodia terminò, lasciandolo solo in quel silenzio assordante, con le dita tremanti che ancora stringevano il pennello, teso a mezz’aria verso il blu oceano sulla tavolozza.
Ricorda.
La parola echeggiò nella sua mente, mentre l’attrezzo gli sfuggiva dalle dita e cadeva tra i colori, facendoli mescolare e schizzare sul suo petto.
Si alzò di scatto, con gli occhi sgranati, guardandosi convulsamente intorno alla ricerca di non sapeva nemmeno lui chi o cosa. La sua testa era stranamente vuota, e la sensazione di avere qualcosa sulla punta della lingua, che, per quanto si sforzasse, non riusciva a ricordare, non lo abbandonò.
Ancora agitato, si sedette e raccolse il suo materiale con cautela, assicurandosi che del colore non fosse volato per sbaglio sul suo quadro, poi intinse a colpo sicuro il pennello nel verde e cominciò a rifinire la chioma dell’albero che spuntava sul lato destro del disegno.
Non aveva più voglia di cancellare quella coda.
 

 

 

 

 

 

 

 

 

Faccia a Faccia

 

mini spinoff dedicato a Forgotten Times

 

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Erano dieci anni che Lakit vagava senza meta.
A volte recuperava brevemente la ragione, ed era come affogare in un incubo, senza via di scampo. All’improvviso il velo rossastro che gli annebbiava la vista si sollevava e si ritrovava al cospetto delle sue vittime.
Anche in quel momento gli sembrava di essersi svegliato all’improvviso dopo un lungo sonno, con il volto immerso nelle viscere di una giovane donna, completamente nuda. Il corpo snello era dilaniato dai segni dei suoi artigli, e tutto intorno a loro si estendeva una larga pozza cremisi.
Si alzò barcollando, rendendosi conto di essere in un vicolo umido e buio, nudo anch’egli e ricoperto dalla viscosa sostanza.
Si passò le dita sulle guance appiccicose, poi, tremando sulle ginocchia, si aggrappò alla parete e rimesse una fontana di sangue.
Cercando di non guardare il cadavere della sconosciuta, afferrò i suoi vestiti dal suolo e si allontanò alla ricerca di acqua corrente.
Non si premurò di riacquistare un aspetto umano: non poteva permettersi di essere visto, era conciato così male che sarebbe subito partita la caccia all’uomo. E quei momenti di lucidità duravano poco.
Con le membra intirizzite dal freddo pungente – in quegli anni si era allontanato molto dai caldi deserti sauditi – si immerse nelle acque di un ruscello, poi lavò in malo modo i suoi abiti logori e li indossò senza nemmeno aspettare che asciugassero. Subito la bassa temperatura li fece cristallizzare contro la sua pelle.
Legò i lunghi capelli con un pezzo di stoffa strappato dal suo stesso mantello e si apprestò a ripartire. Era ora di sparire anche da quelle terre.

Sangue. Ne aveva chiaramente fiutato una scia. Si leccò le labbra, pregustando il momento in cui il liquido caldo gli sarebbe scivolato giù lungo la gola, mentre i canini fremevano dal desiderio di affondare in un collo. I suoi occhi rossi scintillarono, mentre correva quasi senza toccare terra lungo il sentiero delineato da quel profumo inebriante.
In lontananza vide un giovane uomo con un falcetto in mano, che si succhiava l’indice. L’odore del suo nettare saturava l’aria e Lakit dovette sforzarsi per chiamare a raccolta il poco senno rimastogli e analizzare la situazione: si trovavano in un campo di grano, in pieno giorno, e poco distante c’era una capanna diroccata dalla quale udiva provenire voci e rumori di attività umana, ciononostante non c’era nessun altro nei paraggi. Poco male, al termine si sarebbe rifatto sulla gente nella casupola. Osservò l’uomo riprendere a lavorare e storse il naso, preparandosi a ucciderlo in modo pulito e veloce. Nutrirsi dei maschi non era divertente.
Nell’attimo necessario a un battito di ciglia gli fu alle spalle e, senza che quello avesse nemmeno il tempo di rendersi conto di cosa stava accadendo, lo afferrò per i capelli con una mano sola e si avventò sul suo collo, dilaniandolo.
Un largo squarcio si aprì e il sangue cominciò a uscire copioso. Il predatore bevve a sazietà.
Terminato il pasto, lasciò cadere il corpo e scrollò le mani, sferzando le bionde spighe con le gocce del liquido cremisi, poi s’incamminò lentamente verso la casupola.
Aveva ricoperto quasi la metà del tragitto, quando una voce familiare lo fece arrestare sui suoi passi: «Sei stato bravo a riuscire a sfuggirmi e a mietere vittime indisturbato per ben dieci anni. Ma ora è finita.»
Lakit rabbrividì. Non lo aveva sentito arrivare.
Si voltò lentamente, con gli occhi ardenti come braci puntati su un uomo in piedi al limitare della foresta, dove finiva il campo coltivato. «Padre. Quale piacere rivedervi. Mi duole salutarvi, ma ho molto di meglio da fare che perdere tempo qui con voi» disse con voce rauca per il disuso, mentre si voltava a dargli le spalle.
Mosse un passo avanti, ma dovette arrestarsi subito per non sbattere contro l’imponente figura del genitore: si somigliavano molto, con gli stessi occhi e capelli neri, la stessa mascella appena squadrata, il naso dritto e le labbra carnose, ma, mentre il padre era pulito e curato nell’aspetto, il figlio era l’esatto opposto: vestito di stracci, con i lunghi capelli arruffati e la barba incolta che sembrava avesse accorciato con i suoi stessi artigli. Stranamente, a parte le numerose macchie di sangue rappreso sugli abiti, non emanava cattivi odori, avendo conservato l’istinto animale di coprire le proprie tracce.
«E a me duole doverti fermare, figliolo, ma non posso permetterti di continuare a vivere come una bestia. Sei un dampiro, metà di te è umana, hai la capacità di scegliere.»
Lakit fece un passo indietro, con un ghigno beffardo sul volto ferino. «Molto magnanimo da parte vostra, padre, ma io sto benissimo, non ho bisogno del vostro aiuto. L’altra metà di me è un vampiro, ed io ho scelto di vivere come tale.»
L’uomo sbuffò, mentre il figlio spariva dalla sua vista, diretto a velocità impressionante verso il folto della foresta. Gli fu subito dietro, poi, senza alcuno sforzo, lo afferrò per i capelli e lo scaraventò per terra, arrestandone la patetica fuga.
Lakit si rialzò di scatto, snudando le zanne e ringhiando in direzione del genitore.
«Non puoi scappare. Quanti anni hai, adesso? Trenta? Trentadue? Sei solo un bambino, rispetto a me che...»
«Sì, sì, siete Caino, figlio di Adamo, il primo uomo sulla faccia della terra, in vita dall’alba dei tempi, intoccabile, supremo e perfetto. Storia vecchia, oh grande padre che non ha saputo nemmeno impedire che mia madre fosse massacrata dagli emissari di Enoch. Ora, se non vi dispiace, non voglio dover tollerare la vostra presenza» lo interruppe, facendo sì che tutto il rancore che provava nei suoi confronti permeasse ogni sua parola.
Lo sguardo di Caino si rabbuiò alla menzione della donna che aveva tanto amato. «Non sono riuscito a prevedere i piani di Enoch, tuo fratello è molto astuto e potente... troppo... e tua madre è morta, e con lei una parte di me. Allora non ho potuto nulla per impedirlo, ed è per questo che non commetterò lo stesso errore con te, lasciando marcire la tua anima.»
«Dovrete passare sul mio cadavere, per costringermi a far riemergere la mia umanità» asserì con un ghigno malefico, affondando gli artigli nel petto del padre, fino a stringergli il cuore tra le dita.
L’antico dampiro fece una smorfia di dolore, ma non indietreggiò. Si aspettava quel gesto. Gli scavò nel braccio con una mano, lacerando muscoli e ossa insieme, mentre con l’altra gli afferrava la testa e lo costringeva a fissarlo negli occhi. Lakit cercò di resistere e si divincolò furiosamente, mentre con la mano ancora libera lo sferzava alla cieca, cercando di arrecargli il maggior danno possibile. Fiumi di sangue sgorgarono dai corpi di entrambi, quando finalmente Caino riuscì a catturare lo sguardo del figlio, penetrando la sua essenza con la propria.
Le membra del giovane si fecero molli.
La coscienza di Lakit era paragonabile a un pozzo nero e senza fondo. Le tenebre presenti nella sua anima avevano una consistenza densa e fredda, e gli sembrava di nuotare in gelide acque paludose. Non fu facile trovare la sua umanità in quell’abisso sconfinato, né strapparla via dalle grinfie di quell’oscurità che sembrava avere vita propria, ma infine la afferrò e la ricondusse in superficie.
Lakit si svegliò boccheggiando.
Si guardò intorno con gli occhi neri sgranati, inorridendo alla vista del padre semisvenuto accanto a lui, gravemente ferito e imbrattato di sangue. «Padre! Cos’è successo? Cos’ho fatto?» cercò di scuoterlo, preso dal panico, ma l’uomo gli afferrò le braccia come se nulla fosse e si alzò faticosamente in piedi.
«Lakit, hai sempre voluto la libertà, ed ora è tua. Non sprecarla. Essere liberi implica senso di responsabilità, la tua libertà finisce dove inizia quella altrui, ricordalo sempre. Addio, figlio mio. Possa tu un giorno perdonarmi per la sofferenza che ti ho causato.»
Gli voltò le spalle e si allontanò, lasciandolo lì attonito e in balia di se stesso, ma in possesso della capacità di scegliere.
Non avrebbe mai più rivisto suo padre.

 

Dark

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Fin da quando ero piccola, ho sempre adorato gli animali di tutti i tipi. Ricordo ancora con un sorriso quando, non potendo tenere un gatto o un cane per mancanza di spazio, allevavo grossi lumaconi nella mia stanzetta, che quando riuscivano a scappare mangiavano persino i fogli di carta sulla mia scrivania. Non ricordo altrettanto volentieri il povero canarino morto d’infarto tra le mie curiose manine, o il pesce rosso che galleggiava sulla superficie dell’acqua troppo fredda che io avevo erroneamente sostituito nella sua vaschetta, ma ormai sono grande e, come tutti, imparo dai miei errori... e, come tutti, non smetto mai di commetterne di nuovi. 
Sono una persona piuttosto impulsiva, che a volte non pensa alle conseguenze delle sue azioni - anche se non lo ammetterò mai, nemmeno sotto tortura - e questo è uno dei motivi principali per il quale quel giorno insistetti tanto per accogliere Dark nella nostra famiglia: la cagnetta dei vicini aveva appena avuto i cuccioli, e uno di essi stava giocando allegramente con mio figlio sul terrazzino di casa nostra. Il volto del mio bambino era così radioso mentre quel bellissimo cagnolino nero con una chiazza bianca sul petto gli saltava intorno scodinzolando, che non ho potuto fare a meno di intercedere con tutte le mie forze presso mio marito per fargli accettare la presenza del nuovo membro della famiglia.
«Te ne occuperai tu. Io non ne voglio sapere niente.»
Mi aveva detto brusco, presagendo un disastro che io invece non avevo nemmeno lontanamente immaginato. In quel momento accettai senza riflettere, ma avevo fatto male i miei conti...

Dark era un cucciolo davvero carino; non era di razza, ma a me non importava: amo gli animali a prescindere dal loro pedigree. Mi avevano da pochi giorni rimosso chirurgicamente due nevi: uno nel braccio destro e uno sotto il piede destro, perciò per un mese avrei dovuto camminare usando le stampelle, e, comunque, il dolore era tanto lancinante da non poter poggiare l’arto per terra, ma ero sicura di poter comunque accudire facilmente il nuovo arrivato. Che ci voleva a mettergli del cibo e dell’acqua in una ciotola, e ad accartocciare le carte di giornale con dentro l’occasionale bisognino?
Sistemai Dark nel nostro piccolo terrazzino, tappezzandolo di volantini degli ipermercati, con una ciotola bipartita per entrambe acqua e pappa e un morbido cuscino dove avrebbe potuto comodamente riposare, proprio come faceva il cane di mia zia; oltretutto, era autunno e non faceva ancora molto freddo, quindi la cuccia avrebbe potuto aspettare ancora.
Non appena lo posai sulla carta, per prima cosa fece pipì ed io sorrisi, lieta che il sistema dei giornali funzionasse. Ero particolarmente contenta perché nel giardino dei vicini, attaccato al nostro terrazzino, c’era anche la sua mamma, quindi non li avevo nemmeno davvero separati, cosa che avevo sempre trovato crudele.
Piena di entusiasmo, lasciai mio figlio giocare fuori con Dark per diverse ore, poi calò la notte e ci preparammo per andare a letto: chiusi la porta-finestra, lasciando fuori Dark con tutto ciò di cui aveva bisogno, senza legarlo poiché la rete protettiva del corrimano gli impediva di scappare e farsi male nell’impresa.
Gli uggiolii disperati di Dark mi tennero sveglia tutta la notte.
«Che c’è tesoruccio? Dormi, ciccino, va tutto bene...» gli sussurrai diversi vezzeggiativi tra le carezze, mentre la madre grattava con le zampe dall’altra parte del corrimano e lui mi guardava con gli occhioni supplicanti.
Si quietava quando ero con lui, per poi ricominciare con il pianto straziante ogni volta che mi richiudevo la porta alle spalle. Ripetei l’operazione diverse volte quella notte, finché, al limite delle forze, non chiusi gli occhi senza riuscire a sentire più nulla.
La mattina seguente mi alzai piuttosto tardi. Mio figlio frequentava ancora la scuola materna, perciò non rischiava una bocciatura per le troppe assenze e un mese senza asilo non gli avrebbe cambiato la vita.
Mi alzai ancora stanca per la nottataccia e subito andai a controllare come stava Dark. Il mondo mi crollò addosso: i volantini erano sparsi dappertutto, mentre il pavimento era un tappeto di urina e feci. Soffocando ben più di un’imprecazione, sollevai Dark e lo portai in bagno, infilandolo nel lavandino per lavargli le zampe imbrattate dai suoi stessi escrementi, poi lo avvolsi in un vecchio asciugamano e svegliai mio figlio, chiedendogli di tenerlo fermo finché non terminavo di pulire, sia per impedirgli di sporcare e sporcarsi di nuovo, sia per lasciarlo asciugare, in modo che non si raffreddasse.
Mentre mio figlio tormentava Dark sul divano, infilandogli le dita nelle orecchie e girandogliele al contrario, io trascinai il mio piede, reso enorme dai numerosi strati di bendaggio, avanti e indietro tra il bagno e il terrazzino, sgombrandolo dai rifiuti e lavandone il pavimento con la candeggina, con la mano sinistra.
Quando tutto tornò al consono stato igienico, dispiegai per terra altri volantini e li fissai con il nastro adesivo, per evitare che Dark li sparpagliasse ancora, poi ricaricai di cibo e acqua la sua ciotola e lo salvai dalle grinfie di mio figlio, poggiandolo sul suo cuscino.
Nel frattempo andammo a lavarci e a fare colazione, mentre Dark pasteggiava con i suoi bocconcini.
Un paio di ore dopo, mi recai nuovamente sul pianerottolo a controllare cosa facesse il mio cucciolo e lo spettacolo che mi ritrovai di fronte mi fece gelare il sangue nelle vene: i volantini degli ipermercati erano zuppi di urina e si erano praticamente disintegrati, mentre un nuovo tappeto di feci e impronte marroni si stagliava su tutta la superficie del pavimento. Quel giorno la stessa cosa si ripeté per quattro volte.
Comprai un collare e un guinzaglio, che legai al palo della grondaia per evitare che Dark si allontanasse troppo dal suo angolo e spargesse i suoi bisogni ovunque, ma gli lasciai comunque una buona porzione di filo disponibile per muoversi.
La mattina seguente, dopo le varie pulizie, ormai un faticoso rituale, fui costretta ad accorciarlo al minimo, per evitare che si impiccasse cadendo nel giardino dei vicini, nel tentativo di raggiungere la madre: grattando da entrambe le parti erano riusciti ad aprire un buco nella rete.
Un’altra giornata infernale trascorse tra urina e feci continue, finché non calò nuovamente la notte, pervasa dai soliti uggiolii lamentosi. Mi alzai dal letto, furiosa, e mi precipitai fuori dalla porta-finestra, inveendo contro il mio cucciolo.
«La vuoi piantare! Devi stare zitto! Zitto! E dormi, porca miseria! La notte è fatta per dormire! Quando cavolo dormi che stai tutto il giorno a cagare e pisciare?! Ma che, lo fai apposta?!»
Ormai avevo perso la testa, oltre alla pazienza. Dark mi guardava in silenzio con sguardo accusatore, mentre sfogavo a parole la mia frustrazione su di lui, con quei due occhioni neri che sembravano scrutarmi fin nel profondo dell’anima. Ero convinta che quel cane mi odiasse.
Quando rientrai in casa, il silenzio fu nuovamente infranto dal suo pianto lacerante.
Chiusi anche la persiana, oltre alla porta-finestra, entrambe la porta del soggiorno e della camera da letto, e tornai a dormire con un diavolo per capello.
La mattina dopo, quando riaprii la persiana, trovai sul pianerottolo entrambi Dark e sua madre, che era entrata dal buco della rete e aveva contribuito in modo molto efficace a sporcare il pavimento con la sua parte di urina e feci. Soffocando l’istinto di lanciare la cagnetta nel giardino dei vicini, la riportai dai suoi padroni e tornai a pulire lo scempio che madre e figlio avevano causato. Il disastro era davvero di proporzioni enormi, mio figlio non sarebbe riuscito a trattenere il cane per il tempo necessario a lasciarmi pulire, così lo lavai, gli infilai nuovamente la catenella - che avevo dovuto sostituire al filo che aveva strappato a morsi - e lo portai oltre l’ingresso, sulla specie di balcone che dava sulla strada, attaccando il suo guinzaglio alla ringhiera che delimitava la nostra proprietà. Per un po’ gli avrebbero fatto compagnia le piante di mia madre e gli eventuali passanti. Non svegliai nemmeno mio figlio, non mi fidavo a lasciarlo da solo all’esterno mentre io non ero presente.
Lasciando la porta aperta, mi rimboccai le maniche e mi accinsi a pulire il disastro, che come al solito mi richiedeva il triplo del tempo necessario a causa delle condizioni del mio piede. Nel frattempo, le frequenti incursioni notturne all’esterno, in pigiama di cotone nella fredda notte ottobrina, mi avevano provocato una brutta tosse. Sono sempre stata cagionevole di salute, fin da quando ero piccola, quindi mi sarei dovuta aspettare quel raffreddamento... più tardi, avrei poi scoperto che non si trattava di un semplice “colpo d’aria”, bensì di allergia al pelo del cane, ma questa è un’altra storia...
Mentre strofinavo gli escrementi incrostati con una buona dose di candeggina, la voce adirata quanto inaspettata di mio marito, che pensavo al lavoro, mi fece sobbalzare.
«Che è successo?! Ma non lo vedevi il cane che si era impiccato e stava crepando? Ma guarda tu! Un altro po’ e lo trovavi morto! Povero cane!»
«Cosa?» lo fissai ignara e allibita, mentre percorreva il corridoio d’ingresso ad ampie falcate con Dark in braccio, diretto verso di me con un’espressione torva in viso. Grazie a Dio era tornato indietro perché aveva dimenticato qualcosa e aveva salvato appena in tempo il cucciolo, impiccato al suo stesso guinzaglio, che stupidamente avevo dimenticato di accorciare, troppo presa dalla rabbia e dalla fretta. Nel tentare la fuga attraverso le sbarre della ringhiera, aveva realizzato ciò che io più volte avevo tentato di evitare. Osservai Dark annaspare alla ricerca d’aria tra le braccia di mio marito, mogio, con un rivolo di muco che gli colava dalle narici. Il solito sguardo accusatore sembrava dire: «È tutta colpa tua. Ti odio con tutto il cuore».
In quel momento capii con profonda certezza che io e Dark eravamo incompatibili.

Avevo sempre amato gli animali, ma mi rincresce ammettere che non soffrii quando, pochi giorni dopo, regalammo Dark a un collega di mio marito, che abitava nel nostro stesso paese.
Dark era stato nella nostra famiglia pressappoco una settimana, quindi non aveva avuto il tempo di affezionarsi a noi, né noi di affezionarci a lui a tal punto da non potercene separare. Le lacrime sincere di mio figlio nel dovergli dire addio mi fecero una gran tenerezza, ma lo calmai dicendogli che avrebbe potuto rivederlo quando voleva, giacché non sarebbe andato molto lontano.
Quella era la soluzione migliore per tutti, soprattutto per Dark, che, così, non avrebbe più sofferto per la separazione forzata dalla sua mamma. Quanto mi ero sbagliata nel credere che, in quella situazione, sarebbero almeno potuti stare insieme: per il povero cane, l’essere così vicino alla sua mamma, ma al contempo così lontano, era stato solo una sadica tortura.
Quando, qualche mese più tardi, io e mio figlio rivedemmo Dark scorazzare libero presso la casa dei suoi nuovi padroni, aveva cambiato nome e non riconosceva più nemmeno il nostro odore.

Tornai ancora in quella via, per far giocare il mio bambino con il figlio di mia cugina. Era una bella giornata primaverile, il clima era mite, e speravo di rivedere quel cagnolino ormai cresciuto, che per me si sarebbe sempre chiamato Dark, nella speranza che si avvicinasse almeno per una fugace carezza, ma non lo vidi da nessuna parte.
«Che strano! Sai per caso che fine ha fatto Dark, quel cane nero che abbiamo avuto per poco tempo e poi abbiamo dato via a quei tipi che abitano qui vicino?»
Mia cugina mi osservò stranita, prima di rispondermi: «Non lo sapevi? Quel cane è morto uno o due mesi fa di malattia...»
«Ah... non ne avevo idea...» fu tutto ciò che riuscii a rispondere, incapace di proferire altro, ma in cuor mio non potei fare a meno di domandarmi se non fosse in parte colpa mia. Forse le cose sarebbero andate diversamente, se avessi avuto la forza di crescerlo o se avessi almeno riflettuto, prima di accettare di adottare quel cucciolo che, evidentemente, non ero in grado di accudire. Forse a quest’ora sarebbe stato ancora vivo e felice, intento a giocare col suo padroncino, ottenendo le coccole e l’affetto che meritava...
Forse, se non mi avesse conosciuto, non sarebbe morto...