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I Sussurratori

Copertina della brossura

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Sinossi

Diversi gradi di tragedia umana.
Racconti di atrocità, follia, degradazione, disumanità.
Storie di ordinaria e quotidiana corruzione.
E un finale che risulterà indigesto a molti

Leggi il primo capitolo in pdf

 

 

L’uomo è un essere dalla duplice natura.
È fondamentalmente egoista (cit) e ascolta principalmente le sue pulsioni, che lo portano a seguire l’istinto animale primario di mangiare, dormire, defecare e accoppiarsi.
È un essere dal sangue caldo – il mammifero per eccellenza –, protettivo e geloso verso ciò che è suo, violento e irascibile; ma anche pigro e indolente, passionale, capace di provare emozioni fortissime e travolgenti, al punto di poter distruggere e distruggersi.
L’uomo è tutto questo e altro ancora, ma è al contempo un essere razionale, distinguibile dal resto del genere animale per la capacità di pensare, che spesso però non usa.
È in grado di capire se sia giusto seguire quelle pulsioni, se sia necessario un ragionamento logico che lo porti a prendere una decisione apparentemente sensata, o se debba affidarsi all’istinto e farsi guidare dal cuore, per optare per la scelta più umana.
L’uomo ha in sé tutte le possibilità ed è perciò capace di grandi atrocità, come di grandi atti d’amore, compassione e altruismo.
L’uomo è in grado di scegliere.

 

 

1. Marta - L’inizio

 

Marta era una bambina di otto anni molto vivace, viziata e coccolata, quella che solitamente genitori, amici e parenti definivano “una gran monella”.
La sua era in apparenza una famigliola felice: il padre, Michele, era un gran lavoratore, assente da casa gran parte della giornata per lavoro; la madre, Teresa, era una casalinga tanto perfetta quanto compulsiva, così dedita alla famiglia da risultare iperprotettiva con l’unica figlia.
In realtà, Teresa era solo esasperata dalle frequenti tresche che Michele non riusciva a dissimulare nemmeno tanto bene.
Marta non sapeva nulla della situazione tra i suoi genitori, erano molto abili a nasconderle la realtà, e la quasi totale mancanza di comunicazione tra di loro faceva sì che occultare la verità non fosse un compito tanto difficile.
In quel periodo avevano cominciato a frequentare un’altra coppia, Carla e Giovanni, una famiglia ancora più disastrata della loro: Giovanni si drogava e aveva abbandonato Carla e i due figli più di una volta, ma sistematicamente la donna lo riaccoglieva a braccia aperte, per il bene dei figli che non riusciva a mantenere da sola.
Anche di questo Marta non sapeva nulla, e giudicava Giovanni un uomo simpatico e mattacchione in base a ciò che vedeva durante i fine settimana che le due famiglie passavano insieme.
Di tanto in tanto trascorrevano le serate in pizzeria, ma il più delle volte si rintanavano a casa di Carla e Giovanni, molto più spaziosa della loro, e, dopo cena, passavano qualche piacevole ora chiacchierando e giocando a carte; nel mentre, Marta giocava con Paolo e Luigi, rispettivamente di sette e sei anni, nella loro cameretta.
Per certi versi era un maschiaccio, quindi non aveva particolari problemi ad accettare i giochi prettamente maschili proposti dai due bambini, ma era anche molto timida e remissiva; una delle sue più grandi paure era essere lasciata sola, quindi non sapeva rifiutare nulla a quei piccoli mostri, che approfittavano della situazione per farle fare tutto ciò che volevano.
«Abbassa le mutandine, altrimenti noi giochiamo tra di noi e tu te ne stai lì sola a guardare» le dicevano sempre più spesso tra un gioco e l’altro, e lei rifiutava puntando i piedi, ma, quando li vedeva mettere in pratica la loro minaccia, cedeva e calava l’indumento, restando in piedi immobile mentre i due si chinavano per terra e sbirciavano sotto la sua gonna.
A volte il “gioco” cambiava leggermente ed erano i due a denudare le loro intimità, illuminandole con la luce di una torcia mentre le maneggiavano, e la bambina doveva osservare, con sguardo sempre più spento e vitreo. A volte avevano persino provato a baciarsi come facevano gli adulti, ma avevano rinunciato perché quel contatto umidiccio faceva schifo a tutti e tre.
Quei passatempi erano diventati tanto normali che ormai Marta non ci faceva più caso, calava le mutandine e continuava a giocare da sola come se niente fosse, estraniandosi dai due che le infilavano la testa sotto la gonna per guardarle tra le gambe.
Luigi – il più piccolo –, nonostante quelle occupazioni decisamente troppo adulte per la sua età, non riusciva ancora a dormire senza il suo biberon pieno di latte caldo; vista la tarda ora, la madre glielo aveva preparato, intimandogli di cominciare ad andare a letto, anche perché i loro ospiti stavano per tornare a casa loro.
Quando Carla se ne andò, chiudendo la porta della stanzetta dietro di sé, Luigi poggiò il biberon sul biliardino posto ai piedi del letto, mentre Paolo continuava imperterrito a sezionare gli ingranaggi della sua macchinina nuova, come se nulla di tutto ciò che gli accadeva intorno lo riguardasse.
Marta, senza dire una parola, prese il biberon e lo capovolse leggermente, cominciando, goccia dopo goccia, a riempire di latte caldo i numeretti segnapunti del biliardino.
Luigi le si avvicinò con un sorrisino viscido. «Abbassa le mutandine mentre lo fai.»
Marta non batté nemmeno ciglio, sospirò e calò prima i pantaloni, poi la spessa calzamaglia e gli slip, infine tornò a fare ciò che stava facendo senza aprire bocca, riempiendo un numero dietro l’altro con il viscoso liquido bianco.
Quando Michele aprì la porta della stanzetta per dire alla figlia di prepararsi, perché stavano per andarsene, rimase congelato davanti alla scena che gli si presentò davanti: Luigi era chino ai piedi della sua bambina, intento a sbirciarle le intimità, mentre lei, con le braghe calate, sporcava il biliardino di latte.
«Cosa stai facendo?!» le urlò l’uomo infuriato, poi le corse incontro, la sollevò di peso e le diede diversi sonori sculaccioni sul sedere nudo.
Marta cominciò a piangere disperata. «Io non voglio! Ma se non lo faccio, loro non giocano più con me!» si difese tra i singhiozzi, mentre il padre le sollevava i pantaloni.
Nel frattempo, il chiasso aveva attirato l’attenzione degli altri adulti, che erano accorsi dalla stanza accanto e avevano assistito all’intera scena.
«Eh, che sarà mai! Se non vuoi, rimani con le calze, no?» disse Carla in tono pratico.
«Papà...» tentò la bambina, ma il padre la fulminò con lo sguardo.
«Hai sentito, no? Rimani con le calze. Ma non fare altri casini, che ce ne stiamo per andare» detto ciò, tutti gli adulti tornarono a finire il giro di carte bruscamente interrotto, mentre grossi lacrimoni scendevano copiosi dagli occhi di Marta.
«Beh, che aspetti? La mamma ha detto di restare in calze, abbassa i pantaloni!» le intimò Luigi, sempre più strafottente, e la bambina obbedì, senza mai smettere di piangere. Singhiozzando in silenzio, restò immobile come una statua, mentre il piccolo mostro si chinava a osservarla tra le gambe.
Non mi hanno difeso. Le echeggiava nella mente. Hanno punito me, invece di Luigi. Nuove lacrime le rigarono le guance, mentre si vergognava di se stessa e si sentiva sporca. Non mi vogliono bene.

Marta aveva dodici anni e cominciava a mostrare i primi segni della pubertà: una soffice peluria aveva cominciato a ricoprirle alcune zone del corpo e piccoli rigonfiamenti le erano spuntati sul petto.
La sua vita era andata avanti tranquilla dagli avvenimenti di qualche anno prima. Il più delle volte quei macabri giochi si erano ripetuti, e lei aveva cominciato a proteggere la sua fragile mente rimuovendo la maggior parte di quegli eventi, con il risultato che, spesso, dei grossi buchi nella sua memoria a breve termine le impedivano di ricordare cosa avesse fatto appena l’anno precedente.
La sua vita passata era come un puzzle, di cui a volte doveva rimettere insieme i pezzi.
A scuola non riusciva a stringere forti legami d’amicizia, e avvicinarsi ai colleghi di sesso maschile le risultava quasi impossibile, se non fingeva di essere spavalda, talvolta ricorrendo alla violenza.
Una volta aveva sfregiato d’impulso il viso di un compagno, perché aveva osato farle un segnaccio con la matita sul quaderno nuovo. Lei gliel’aveva strappata di mano e lo aveva sferzato in mezzo agli occhi.
Era il primo giorno di scuola, di quale anno delle elementari non riusciva nemmeno a ricordarlo, e la mamma di quel bambino era andata da lei a scuola chiedendole il perché del suo gesto.
Lei le aveva semplicemente restituito uno sguardo inespressivo. «Mi aveva fatto un segno sul quaderno con la matita» aveva candidamente quanto freddamente risposto.
La donna l’aveva guardata come se fosse pazza. «Potevi cancellarlo con la gomma, no?»
Marta aveva rimuginato su quelle parole ed era arrivata alla conclusione che avesse ragione, quindi aveva fatto spallucce, chiudendo lì il discorso e disinteressandosi ulteriormente alla donna che, sgomenta, se ne era andata scuotendo la testa.
Ormai era in prima media, i compagni erano quasi tutti cambiati, ma la situazione era sempre la stessa.
Da qualche tempo i suoi genitori non frequentavano più Carla e Giovanni come prima. Lei non ne sapeva il perché, ma le stava più che bene. A volte andavano a trovarli a casa dei genitori di Carla, ma fortunatamente lei era ormai abbastanza grande da poter passare un po’ di quel tempo con “gli adulti”.
Era un sabato come tanti altri, e lei e Paolo, il maggiore dei due fratelli, stavano giocando sul balcone a casa di sua nonna, la madre di Carla.
Non c’era voluto molto perché il ragazzino cominciasse a infilarle le mani nella maglietta per tastare le acerbe rotondità. Marta non aveva ancora cominciato a portare il reggiseno, perché sua madre riteneva che non ce ne fosse ancora bisogno, quindi Paolo non doveva superare molte barriere per riuscire nella sua impresa.
Marta, infastidita, si ritrasse dal suo tocco e tornò in casa.
Più tardi, non riusciva a ricordare bene come, probabilmente giocando a nascondino, si era ritrovata nascosta al buio nell’ingresso dell’appartamento, dietro l’appendiabiti ricolmo di giacche, con accanto Paolo.
Non riusciva a vedere nulla, sentiva solo il respiro del ragazzino nel silenzio, e, dopo un momento che durò un’eternità, cominciò a sentire le sue mani che cominciavano a esplorare il proprio corpo.
Marta chiuse gli occhi, cercando di regolarizzare il respiro e controllarsi. Era perfettamente immobile, come se fosse estranea alla vicenda, quando ebbe un altro dei suoi black out: Un attimo prima era dietro l’attaccapanni che lottava con tutta se stessa per far finta di non essere lì, di non avere addosso quelle luride mani, immediatamente dopo era a pochi passi da lì che stringeva le dita intorno al collo di Paolo, spingendogli ripetutamente la testa contro il muro.
Se lo merita. Si disse. Mi ha fatto del male e deve pagare. Non mi importa se muore.
Le dita si serrarono intorno al collo sempre più strette e il ragazzino non riuscì ad opporsi, quando, attirata dall’innaturale silenzio, sopraggiunse Carla, che lesta separò i due bambini.
«Cosa stai facendo a mio figlio?!» le sibilò la donna sconvolta, fissandola con lo sguardo pieno d’odio, mentre abbracciava il figlio immobile e boccheggiante.
Non mi sopporta. Non mi ha mai sopportato. Se potesse, sarebbe lei a strangolare me, adesso. Marta pensò, fissando a sua volta la donna con indifferenza, per nulla pentita di ciò che aveva fatto.
Peccato, è arrivata in tempo.
Carla fece un gesto stizzito e trascinò via il figlio, lasciando la ragazzina dov’era, a fissare il vuoto con quello sguardo che faceva paura.
Nessuno la raggiunse.


Quindici anni. Marta stava sperimentando l’adolescenza ed era quindi in piena fase di ribellione.
Si era da poco conclusa la sua prima storia “seria” con un ragazzo di qualche anno più grande di lei, e già aveva avuto un paio di avventure, prima di cominciare a uscire stabilmente con un altro.
Ormai, dopo l’ennesima fuga di Giovanni, Carla e i due figli si erano trasferiti in un’altra città, e lei non era più costretta a seguire i genitori negli insopportabili fine settimana con gli amici.
Frequentava la prima superiore e aveva legato subito con Maria, una ragazza della sua classe, che l’aveva poi presentata alla sua comitiva.
Maria era una ragazzina impertinente e superficiale, che non aveva altro scopo nella vita se non quello di inseguire i ragazzi. Cambiava spesso modo di pensare, a seconda dell’amico o amica di turno su cui voleva far colpo, e tendeva ad approfittare della remissività di cui Marta non era ancora riuscita a sbarazzarsi, spesso facendola sentire inferiore.
Non aveva un’influenza positiva sulla ragazza, e Teresa, sua madre, l’aveva capito. Inoltre, frugando tra le cose di sua figlia, aveva scoperto che il suo nuovo ragazzo era uno psicopatico che si autodefiniva sadomasochista e adoratore di Satana. Un po’ per tenerla lontana dalle cattive compagnie, un po’ per tenerla lontana dalle grinfie di tutti i ragazzi in generale – il cui unico pensiero ricorrente non era un mistero per nessuno –, le aveva imposto di rientrare allo stesso orario in cui i membri della sua comitiva uscivano.
Marta covava in sé una rabbia sempre maggiore, e la reprimeva passando la maggior parte del tempo rinchiusa tra le quattro mura della sua stanza. Ne usciva solo per mangiare e andare in bagno, e non rivolgeva quasi più la parola ai suoi genitori. Ormai i discorsi con sua madre si limitavano a una gara a chi urlava più forte per sovrastare la voce dell’altra.
Tutto ciò che la madre non voleva che facesse, lei lo faceva per involontaria ripicca, spinta dai pensieri sempre più cupi che le turbinavano nella testa.
Aveva cominciato a indossare grosse catene, cinture e bracciali borchiati su abiti trasandati, truccava occhi e labbra con pesante trucco nero, e più di una volta era rincasata ubriaca. Anche se fumare la faceva sentire male, a causa di alcuni problemi respiratori, finiva sempre per nascondere nello zaino le sigarette che raccattava in giro, chiedendole ai passanti. Non era un problema che i suoi genitori non le dessero abbastanza soldi.
Era un botta e risposta continuo, senza esclusione di colpi.
Marta non ne poteva più di quella situazione, senza nemmeno immaginare che la madre, una volta tanto, fosse d’accordo con lei.
Avrei preferito non essere mai nata. Si ripeteva sempre più spesso.
Ormai sei nata, non puoi farci nulla, però è facile trovare un rimedio. Basta morire. Sembrava quasi risponderle la sua stessa voce nella testa.
L’idea della morte era sempre più viva e prepotente in lei.
Chiusa nella sua cameretta, bruciando incenso all’oppio sulla sua scrivania, si rigirava il taglierino tra le dita, spesso saggiando quanto la lama fosse affilata sui polpastrelli.
Non è difficile. Basta un colpo secco sui polsi.
Marta avvicinò la lama al polso e scosse la testa. Non lo so. Ho paura che faccia male.
Sei una fifona, Marta, non ne hai il coraggio.
Presa da un’insana frenesia, la ragazza poggiò la punta triangolare della lama all’altezza del gomito, incise a fondo, poi la fece scorrere per tutta la lunghezza dell’avambraccio, fermandosi appena prima dell’attaccatura della mano.
Una brillante linea color vermiglio comparve davanti ai suoi occhi e Marta sorrise, compiaciuta dal suo operato. Altre linee più corte comparvero accanto alla prima, facendo sbocciare innumerevoli fiori purpurei.
Marta provò una sorta di macabro piacere nel vedere quel fluido blu fuoriuscire dalla sua pelle per diventare rosso al contatto con l’aria.
Passò la lingua su una di quelle strisce, assaporando il suo stesso sangue, prima di passare all’altro braccio.


Era passato qualche giorno da quando aveva sfogato parte della sua rabbia sulle sue braccia.
Da allora mostrava agli amici quelle sottili croste rosso scuro, quasi marroni, con macabro orgoglio, ma in casa era costretta a coprirsi anche quando aveva caldo, per evitare che i genitori se ne accorgessero.
Non erano comunque molti i momenti che passava con la famiglia, quindi era convinta che non sarebbe stato affatto difficile nasconderli fino alla completa guarigione.
Fu in uno di quei momenti, subito dopo cena, che la manica perennemente senza bottone della camicia che indossava si scostò, rivelando l’inconfessabile segreto.
Suo padre le afferrò il polso di scatto e tirò su la manica fino al gomito, rabbrividendo, sgomento, davanti al sordido spettacolo. Non ebbe il coraggio di sollevare anche l’altra manica.
«Marta... che cosa ti sei fatta? C’è qualcosa che non va?» le chiese, quasi spaventato.
La ragazza evitò lo sguardo del padre guardando di lato, con un sorriso enigmatico sul volto.
«Non è niente, non ti preoccupare» disse con una scrollata di spalle, ritirando il polso dalla stretta del capo famiglia, ormai fattasi molle.
Approfittando del silenzio tombale che era calato nella stanza, sotto lo sguardo impietrito di entrambi i genitori, Marta si voltò e tornò nella sua stanza, a gridare silenziosamente tutta la sua disperazione.
Nessuno parlò mai più dell’accaduto.